In memoria di Giovanni Battista Mantovani

Stasera siamo qui per ricordare ed onorare il professor Mantovani. Il preside Mantovani, cui dobbiamo tutti, in modi diversi, molta gratitudine per quel che ci ha insegnato e per quel che ha significato nella nostra formazione e nella nostra vita.

Nel quarto dell’Inferno, Dante stabilisce un criterio di valore da cui ricava una norma morale. Coloro che hanno dedicato la vita al lavoro della conoscenza, attendendo con zelo e devozione ai doveri che la storia ha posto loro nelle mani, meritano onore. Debbono essere onorati.

O tu, che onori scienza e arte,

questi chi son ch’hanno cotanta orranza

che dal modo degli altri li diparte. (If IV 73-75)

[…] L’onrata nominanza

che di lor suona su ne la tua vita,

grazia acquista in ciel che sì li avanza” (If IV 76-78)

fannomi onore, e di ciò fanno bene” (If IV 93)

e più d’onore assai ancor mi fenno” (If IV 100).

Perciò, ci siamo riuniti per fare onore al prof. Mantovani, certi che, di ciò, facciamo bene.

L’ho conosciuto, studente, come preside, purtroppo non come docente, di un minuscolo liceo di provincia che aveva nella biblioteca, ampia, ragionata, ogni anno accresciuta, il proprio saldissimo centro. In quelle due stanze ci ha insegnato la religione del libro come luogo privilegiato della costituzione del valore e del significato.

Amava dire agli studenti:”Da questi scaffali coorti di uomini grandi vi guardano e vi parlano”. Con quei magnanimi non ha mai cessato di dialogare e, insieme a loro, di aprire canali di comunicazione verso gli studenti, perché imparassero ad ascoltare.

Lo ricordo seduto alla scrivania, in presidenza, la lampada accesa sul tavolo, il portacenere, che era un dono di studenti, una povera cosa fatta col das che ha sempre serbato e tenuto con sé, impegnato nella lettura, con almeno un libro aperto davanti, il pennarello lì accanto, che adoperava per firmare le giustificazioni, disponibile ad ascoltare, a comprendere, a consigliare, ad aprire prospettive di studio e di riflessione, che erano sempre riferite ai libri della biblioteca dell’Istituto. Dunque, possibili, accessibili, percorribili.

Qualsiasi intrusione, distrazione, interruzione della severa disciplina dello studio e dell’insegnamento: invece, liquidava rapidamente e metteva da parte.

In presidenza ci passavo spesso e non m’ha mai rimandato in classe. “Siediti un attimo. Che stai leggendo?”. Un giorno l’ho trovato che si rigirava tra le mani un bollettino di pagamento della nettezza urbana come un corpo alieno. Come l’insorgenza d’un frammento di antimateria. “Guarda che è arrivato dal comune. Adesso la scuola dello Stato si deve occupare del pagamento delle tasse”.

Né io né lui avremmo potuto immaginare, quella mattina, che quel bollettino postale sarebbe stato seme d’un tempo in cui i presidi si sarebbero occupati più di appalti e di pagamenti che di libri.

Con i professori era esigente. Controllava i registri. Si incaricava volentieri delle sostituzioni e misurava il lavoro dei docenti mediante la misurazione della preparazione degli studenti.

Voleva che i compiti in classe venissero consegnati in presidenza e li leggeva tutti. M’è capitato, più di una volta, che mi facesse chiamare per discutere un elaborato mio. Un tema su Leopardi, in particolare, gli piacque parecchio.

Lo abbiamo sempre stimato e rispettato ma non mai temuto. La frase “Boezi dal preside” non era segnale di pericolo ma invito.

Ero uno studente molto irrequieto. L’ultimo anno di liceo, m’ero stufato un bel po’ delle liturgie della scuola. Sicché, decisi di starmene a casa a leggere. Andavo a scuola il meno possibile. Giusto i compiti in classe; soprattutto, il passaggio in presidenza per la giustificazione delle assenze e i consigli di lettura; poi, in biblioteca per “cambiare i libri”.

Oggi ti appiopperebbero una diagnosi di Asperger. Lui me l’ha lasciato fare. Non ho mai letto tanto come in quel periodo. A scuola ci andavo il lunedì. Passavo in presidenza, dove non c’è mai stato problema con la giustificazione, discutevo con lui le letture compiute e quelle da compiere, stavo un poco in classe, “riportavo i libri in biblioteca”, “prendevo i libri nuovi” e, appena finita la scuola, me ne tornavo a casa a leggere e a studiare.

Alla primissima edizione del certamen di Arpino mandò me e un altro studente. Ci volle accomapagnare proprio lui. Era una domenica perché allora le lezioni erano una faccenda seria e, anche se c’era il professor Scevola Mariotti a presiedere la giuria, non si saltavano e non si interrompevano. Per dirmi che ero stato classificato secondo mi telefonò a casa. Come se fosse normale che un preside chiami al telefono di casa uno studente, che non sia malato, in orario di scuola. “Mi raccomando, quando vieni ricordati di passare in presidenza per ritirare il diploma”.

Sto cercando di dire che, mentre testimoniava, con ogni gesto della vita, la devozione alla lettura ed allo studio, e rendeva onore alle virtù civili, come affermate dalla Costituzione, che per lui è sempre stata stella polare: non si lasciava intimorire dalle inquietudini, dalle ribellioni, dalle divergenze, dal pensiero critico, in forza di quella altissima religione della libertà che resta il portato più nobile della cultura cui s’era formato e in cui sempre si è riconosciuto.

In quegli anni, ci ha fatto generoso dono di se stesso come riferimento credibile, coerente, compatto, persuasivo e, in questo senso, è stato fondamentale per molti di noi. Ci ha insegnato il valore di una esistenza di studio ordinata, pacifica, laboriosa, “il sentimento virile del perpetuo combattente o del perpetuo lavoratore, al quale, e ai figli dei suoi figli, non verrà mai meno la materia del lavoro, cioè della vita”.

Questa è una citazione dal Soliloquio di un vecchio filosofo di Benedetto Croce, che è del 1942.

Le citazioni gli piacevano, e piacciono anche a me, perché certificano la condizione di chi ha studiato, si è adoperato per incorporare in se stesso il libro, si è fatto carne di libro, pagina vivente e, così, ha valicato i limiti imposti alla esistenza individuale.

In anni molto complicati, ribelli e difficili, è stato un modello e un riferimento sicuro anche per quei giovani studenti che avevano chiarissimo quel che volevano demolire ma nessuna idea su quel che avrebbero voluto costruire.

La mattina del sequestro di Aldo Moro, tutto l’istituto si riunì intorno a lui in una assemblea spontanea e disordinata. Ne nacque un dibattito ampio, aperto, analitico, non banale, mai retorico. Erano i tempi in cui si andava a scuola con il giornale piegato con cura perché si leggesse la testata e c’era di tutto, Male, Lotta Continua, Manifesto, Unità, Avanti!, Paese sera, fino ad Avvenire. Più in là no perché eravamo tutti ben persuasi d’un antifascismo fermissimo e non tentennante. Per il 25 aprile non mancava mai la circolare del preside che ricordava i valori altissimi e fondativi della Resistenza. I due volumi delle lettere di condannati a morte della resistenza italiana ed europea li teneva come sacri.

Non temeva il confronto delle idee, al quale non s’è mai sottratto rifugiandosi nella autorità del ruolo. A proposito: lui leggeva Repubblica.

Capisco che a qualcuno possa parere un gesto retorico, e non è, e comunque non posso fare a meno di recuperare il mazzolino di versi che Dante si sentì nascere dentro quando gli accadde di rievocare il suo maestro, Brunetto Latini:

ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,

la cara e buona immagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna:

e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo

convien che nella mia lingua si scerna. (If XV 82-87)

La buona e cara immagine paterna di chi, ad ora ad ora, quando se ne presentava la possibilità, ci ha additato con gesto fermo la strada della cultura, per la quale ci si sottrae alla barbarie ed alla rozzezza dell’incultura e, perciò, si oltrepassano i limiti, le piccolezze ed i condizionamenti della esistenza particolare.

Finita l’università, l’ho ritrovato quando mi chiamarono all’Istituto Italiano di Studi Storici dove tutti, dal direttore, Gennaro Sasso, al bibliotecario, il dottor Palermo, lo avevano presente e stimavano come studioso serio e avvertito. La mattina in cui venni a scuola per dirgli questa cosa, che mi volevano a studiare a casa di Benedetto Croce, nella più bella biblioteca privata d’Italia, con quei libri, su quei tavoli, con quei lumi accesi sulle scrivanie, e quei portacenere, che però a Napoli li chiamano ceneriere, insieme a studiosi di storia e di teoria della storia che aveva familiari e conosceva benissimo, l’ho visto davvero contento. Mi ha ricordato un motto di Federico Chabod, che gli allievi dell’Istituto portano nello zaino il bastone del maresciallo. Adesso lascia stare che io ho deciso di continuare a portare il peso dello zaino perché è una storia che qui non rileva. Quella casa napoletana era il mondo suo, il centro della cultura di cui si era nutrito. Lì ci siamo incontrati di nuovo e, forse, un poco anche capiti.

A modo di chiusura, voglio rileggere con voi una pagina di Croce che amava particolarmente e ripeteva volentieri, a memoria, come luogo profondo dell’anima. È, naturalmente, il Soliloquio del 1951:

Sono troppo filosofo per non vedere chiaramente che il terribile sarebbe se l’uomo non potesse morire mai, chiuso nella carne che è la vita, a ripetere sempre lo stesso ritmo vitale che egli come individuo possiede solo nei confini della sua individualità, a cui è assegnato un compito che si esaurisce. […] La morte sopravverrà a metterci in riposo, a toglierci dalle mani il compito cui attendevamo; ma essa non può far altro che così interromperci, come noi non possiamo far altro che lasciarci interrompere, perché in ozio stupido essa non ci può trovare”.

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Ho letto queste paginette durante una affollata celebrazione della cara memoria del professor Giovanni Battista Mantovani alla biblioteca comunale di Alatri.

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