Escape Tiburtina IV

Dopo aver segnato o evidenziato sulla mappa IGM al 25000 chiese, cappelle ed edicole di strada, ho unito i punti con una bella matita rossa e ottenuto una indicazione, una direzione, per quanto ipotetica, un vettore orientato, che avrei potuto verificare sul terreno. Non molto, ma meglio di niente.

A proposito di chiese e cappelle: che ci fanno a Pelonga una chiesa e un monastero?

La chiesa, che ha conosciuto tempi migliori, sta finendo di crollare. Mani ignote, come da tradizione consolidata, hanno sottratto anche le pietre d’angolo per adibirle alla edificazione di qualche manufatto, del quale ora qualcuno si compiace e lo chiama, con orgoglio, “mio”. Senza riflettere che sconficcare pietre di luoghi sacri o turbare sonno di morti guastando lor sepolture: è gesto che scatena, senza possibilità di scampo o espiazione, una malasorte di mille secoli, che si abbatte implacabile, per generazioni e generazioni, su figli, nipoti, affini, collaterali e discendenti: almeno fino al settantasettesimo grado. E comunque, nemmanco l’incombenza d’una nera sventura potrebbe costituire un limite, o porre un freno, a codesta follia di bulimici determinati ad ingurgitare l’universo mondo, e chiamarlo “mio”, che una divinità impietosa ma giusta ha abbattuto su di noi, perché ci perdessimo.

Ma lasciamo costoro nelle mani d’un destino che, prima o dopo, spargerà sventura a piene mani su lor vite avide e predaci.

A metà del lato lungo orientale della chiesa di Pelonga, al livello del terreno c’è un bacino, o vasca, in forma d’ellissi, ricavato scavando la sommità superiore di un grosso masso. L’asse maggiore misura circa sessanta centimetri. È lavoro di buon mastro. Sul fondo dell’invaso, una mano più incerta ha inciso una croce.

Chi abbia letto i lavori di Catherine Nixey e, particolarmente, The Darkening Age: sa che, nella transizione dalla religione classica alla cristiana, si incidevano croci, quando non era possibile disfare e distruggere, per “battezzare” statue e oggetti di culto antichi e neutralizzare, così, i demoni e le forze magiche che si credeva li abitassero e ne emanassero.

Dunque quel bacino, a livello del terreno, è relitto di un antico luogo di culto. Sarà servito a raccogliere il sangue di vittime sacrificate ad una divinità. Durante la transizione all’età cristiana, una mano inesperta ma pia ha scolpito quella croce per esorcizzare uno strumento di culto che non poteva avere alcun significato o funzione nei riti della religione nuova.

Per correttezza di prospettiva storica – tanto questa inchiesta sta diventando un vagabondaggio senza speranza e senza una meta che si capisca – permettetemi di aggiungere, mentre andiamo camminando, che la rappresentazione tradizionale d’una civiltà romana lorda del sangue, versato a fiumi, di animali sacrificati agli dei è totalmente falsa. Meglio: è un artefatto costruito nei secoli del conflitto culturale tra la civiltà di Roma e la civiltà latino-cristiana. Niente di male e tutto di umano. Ci piaccia o no, per edificare dobbiamo distruggere. O, almeno, da noi facciamo così.

I Romani sono rimasti, per tutti i mille anni della loro storia classica, dei contadini. Ben consapevoli del valore degli animali. Nessun contadino sacrifica un magnifico toro bianco, senza difetti di manto, di corna, di membra: con animo leggero. Il sacrificio rituale era, in realtà, l’unica forma di macellazione animale praticata nel mondo romano. Si espiava il gesto di prendere una vita consacrando la bestia alla divinità. Qualche poco di carne veniva bruciato sull’ara, in offerta. Il resto veniva consumato da coloro che partecipavano al sacrificio. Se ce n’era d’avanzo, si vendeva al mercato cittadino, che in latino si chiama macellum, come si legge anche in una lettera di Plinius Iunior a Traianus. Non c’è una parola specifica per indicare un posto dove si ammazzassero animali destinati alla alimentazione umana perché non c’era neppure il posto. Gli unici animali macellati erano quelli offerti alla divinità.

Adesso che abbiamo fatto anche merenda, ci sediamo sotto quell’ulivo laggiù, che è antico di secoli, e ti racconto una storia. Tanto, senza una strada, non andiamo da nessuna parte e allora non corriamo pericolo di perdere tempo.

Quando ho cominciato a parlare della singolarità chiamata “Pelonga”, un intenditore della materia mi ha fatto sapere che quel bacino, o coppella, vicino ai poveri resti d’una chiesa derelitta e saccheggiata, s’era prodotto per via che i pastori danno alle pecore il sale e lo posano sempre nello stesso posto, infallibilmente. Sul medesimo sasso. Le bestiole lambiscono via con le linguette il cloruro di sodio, tanto essenziale per chi si nutra esclusivamente d’erbuzze di campo, che ne sono assolutamente prive, e tiran via anche un poco di carbonato di calcio, forse per scopo di integrazione ulteriore della dieta. Un secolo via l’altro, gutta cavat lapidem e lingua di pecora pure, si forma l’invaso. Una cavità in figura di perfetto ellissoide il cui maggior asse misura sessanta centimetri e trenta la profondità. Vabbè.

Però aspetta un attimo perché vale la pena di ragionare il suggerimento e cavarne un insegnamento, e non solo un balocco, dacché lo schema tassonomico che soggiace l’apologhetto è istruttivo assai. Sarebbe che fuori dell’abitato, e fuori dalle mura cittadine soprattutto, non può accadere null’altro che pecore, caciotte, ricotte, ciocie e villani. La cultura, la civiltà, la religione, il rito possono esistere ed essere autentici soltanto all’interno dello spazio, delimitato da mura, ordinato ed urbanizzato, in cui ci troviamo noi. Fuori ci sono terre selvatiche e caotiche, in cui non può capitare nulla che abbia valore e costituisca significato. È un modello mentale di organizzazione dello spazio che si rinviene in culture e civiltà antiche e moderne, e fra loro remote. Forse, antico quanto l’umanità. Meriterebbe di essere studiato in se stesso. Nello spazio interno c’è la civiltà, che siamo noi, i cittadini, fieri delle nostre mura. Fuori, all’esterno, c’è il mondo selvaggio, che non conosce centri abitati organizzati, non governi, non leggi, non religioni, ed è segnato dalla presenza di pagi, abitazioni rurali, in cui i pagani, i villani, gli zotici, i burini campano le loro rozze e miserabili e bestiali esistenze. L’affermazione della inumanità del diverso da sé è un artefatto mentale rozzissimo e pure un attrezzo efficacissimo d’ogni politica di sfruttamento coloniale.

Questo singolare aggeggio concettuale, che contraddice impavido gli articoli 2 e 3 della Costituzione: ha prodotto infinite catastrofi e cataste di morti. Soprattutto, ci ha reso e ci rende stupidi. Incapaci di vedere e di avvertire che l’esperienza della diversità è l’unica possibilità di comprendere noi stessi e di progredire in civiltà. Come aveva, invece, capito benissimo Tacitus quando ha scritto Agricola e Germania.

Comunque: che ci sta a fare, su a Pelonga, in mezzo agli sterpi, agli ulivi, ai cinghiali e alle serpi una chiesa edificata su un luogo di culto precedente e precristiano, che era ancora riconoscibile come sacro agli dei degli antichi nel quinto o sesto o settimo secolo dell’età cristiana, quando è stata incisa quella croce? E il monastero, poco lontano, che ha continuato ad essere abitato ed è diventato una casa privata, ma è ancora ben riconoscibile nei caratteri essenziali? A chi è servito?

Un luogo di culto, una chiesa: in se stessi non hanno senso, ove manchi una comunità di fedeli. I monasteri sono spesso associati ai grandi vettori di comunicazione. Il sistema della viabilità è cambiato radicalmente da quando s’è diffusa l’automobile e le relazioni antiche tra luoghi di culto e flussi di traffico non si vedono più bene ma Trisulti, per un esempio, controllava un asse viario assai importante tra i due versanti dell’Appennino e presidiava il confine del Patrimonio di Pietro. San Nicola, sul versante di fronte, è un toponimo bizantino e lì c’è stato, per secoli, un monastero ortodosso.

Chi controllava Subiaco dominava il passaggio lungo la via Tiburtina e, soprattutto, i principali acquedotti di Roma. Da Montecassino si presidia la via Latina e, perciò, uno dei due maggiori accessi a Roma da Meridione. Le chiese e i monasteri sono anche posti di presidio e di controllo del territorio.

Ma a Pelonga che funzione avevano? Se c’era una chiesa, che continua un luogo di culto precedente e pare edificata con qualche impegno di mastri scalpellini, c’era anche chi la frequentava, l’aveva costruita o finanziata o aveva contribuito in qualche modo alla costruzione. Non è che le chiese si edifichino in spazi economici e sociali vuoti.

Se assumo che il popolamento di quei pendii, che era stato intenso e capillare nell’età classica di Roma, tale era rimasto durante i primi secoli della età latino-cristiana, e fino almeno al quinto o al sesto o al settimo, e che a tutta questa gente sarà servita una strada: credo di appormi, o non errare di molto.

Avevamo detto una sosta di cinque minuti ma, chiacchiera chiacchiera, è passata un’ora. Tutti in piedi. Ci rimettiamo a camminare. In che direzione, dite? Boh. Abbiamo un unico riferimento, ma tenue, malfido: una riga rossa su una vecchia carta degli anni Cinquanta. Pare, però, che non corrisponda a niente che si osservi sul terreno. Sulla carta il segno c’è. Sul terreno, pare proprio di no.

Ci sono carte più antiche? Certo che sì. Ho provato a guardare la cartografia pontificia dalla fine del quindicesimo secolo in poi ma, per quanto abbia cercato, non ho trovato nulla che fosse utile per la nostra ricerca. Questa strada che ci deve essere, ma non si sa dove sta, non è segnata in nessuna mappa papale che mi sia capitata tra mani. Si tratta d’una cartografia soprattutto simbolica, d’accordo. Utile a scopi di governo e controllo del territorio. Meno per spostarsi nello spazio, se non si conoscono già i luoghi e i vettori di traffico. In ogni caso, la nostra strada non c’è oppure, per quanta diligenza ci abbia messo, m’è sfuggito qualcosa. Ho imparato, di passaggio, che nelle carte d’età papale le strade, di solito, non venivano segnate. Per ragioni che non è difficile immaginare.

Sulla carta nostra, quella con la riga a matita rossa, intanto ho segnato anche i rinvenimenti archeologici. Magari sono utili. Potrebbero avere qualche significato per la nostra ricerca se viene fuori che sono in relazione con la riga. È poca roba e, per di peggio, restituita alla luce per caso.

Sicché, data la natura accidentale degli affioramenti, la loro disposizione complessiva nello spazio non consente alcuna conclusione certa. Forse, però, può offrire qualche indizio. Se estrapoliamo i dati riferibili, in qualche modo, al vettore originato dall’allineamento dei luoghi di culto, e ai suoi prolungamenti ideali verso Oriente e verso Occidente, magari riusciamo a recuperare qualche indicazione.

1. A Villa Magna, insieme a ruderi e frammenti ceramici di vario tipo ma, complessivamente, assimilabili a quelli dispersi sul terreno a Pelonga, e dunque soprattutto romani, si sono rinvenute tracce d’una strada basolata, che ci interessa moltissimo e la segniamo sulla carta.

2. A Monticchio, che i locali chiamano Colle del passero, sono stati ritrovati altri materiali ceramici di medesima tipologia. Prima che fosse interrata, si poteva ancora osservare una tomba a pozzetto, che abbiamo descritto in Pelonga.

3. Nel territorio di Fumone, in località Vallecchie, sono affiorate tracce di una strada antica basolata insieme a vari frammenti ceramici e resti di tombe romane.

4. All’interno di Porta San Francesco, sotto il piano stradale attuale, alla profondità di un metro circa, è stato rinvenuto un bel tratto di basolato stradale romano in pietra calcarea durante lavori di sistemazione della via moderna.

5. Davanti Porta San Francesco, sono venute alla luce due tombe romane durante i lavori di costruzione del parcheggio. Più propriamente, si tratta di busta. Un bustum è un sepolcro edificato nel luogo d’un rogo funebre. Contiene, al proprio interno, le ceneri.

6. A Bitta sono state rinvenute tombe in muratura insieme a tracce di altre costruzioni di epoca romana. A proposito: Bitta è un toponimo latino. Deriva da fons picta, “fontana dipinta”, ed identifica un fontanile in muratura sul quale sia stata dipinta, ad affresco, una immagine di qualche tipo. Per l’attrito dell’uso, caduto il sostantivo è rimasto l’attributo: ad pictam (ire), “andare a quella dipinta”. Per assimilazione regressiva della gutturale e sonorizzazione della labiale iniziale, che sono tratti caratteristici della transizione del latino antico alle parlate locali moderne, si è originato il toponimo attuale.

Se il toponimo, latino, consente di dedurre la presenza in età antica di una fontana in muratura, probabilmente con abbeveratoio di animali, rimane da capire come fosse alimentata.

7. Adesso, cinquecento metri più a valle, all’inizio di Via del giardino, in terreno di proprietà del dott. Giulio Rossi, affiora una linea di acquedotto interrato, rispetto al piano di campagna attuale, in muratura di malta romana e vario cocciame e tegolame romano insieme a pietra locale, che è orientata esattamente nella direzione di Bitta. Evidente anche alla osservazione superficiale, per quanto piuttosto malconcia, ha restituito frammenti di lastre di piombo insieme a sfogliature e colaticci di risulta da fusioni e saldature. Tutto intorno, ci sono frammenti di ceramica romana, tra i quali pezzi di tegoloni che potrebbero essere appartenuti a tombe così dette “a cappuccina”.

Con la malta dei Romani non ti puoi sbagliare. È unica e inconfondibile perché, anche se a base di calce, con il tempo, pure esposta agli agenti atmosferici, non si sfarina ma si consolida. Pare sia autoriaggregante. Se, per assestamento di terreni e strutture, nella muratura si producono microfessure, grazie un processo chimico-fisico non ancora del tutto chiarito la malta si riconsolida e si rinsalda da sé. Il pilone centrale del Pons Fabricius, all’insula Tiberina, sta là, in mezzo al fiume, da quasi ventuno secoli. Sappiamo che era composta da una base di calce, pozzolane, ceneri vulcaniche; forse era impastata a caldo; forse si adoperava la calce viva.

Questo sifone d’acquedotto, che sta lungo Via del giardino all’altezza del Bocciodromo, punta dritto verso Bitta, dove c’era un fontanile in età antica, come sappiamo, ed è associato a varia ceramica romana, tra cui frammenti di tegoloni: costituisce più che un indizio. Non lo dobbiamo perdere di vista.

8. Sappiamo che il criterio costruttivo fondamentale delle strade romane è la linea. Mettiamoci con i piedi ben saldi sul corrugamento del terreno originato dall’acquedotto di Via del Giardino e diamo le spalle a Bitta. Oltre la collina, in linea retta, ci sta Chiappitto o, meglio, i Prati di San Quinziano. Nelle mappe antiche, è segnata una Fontana Chiappitto, che è scomparsa in tempi recenti ed ha lasciato il nome, di uso più frequente, al luogo. Proprio come a Bitta.

Se qualcuno ha notizie più specifiche su questa Fontana Chiappitto e sulla sua storia, sarei grato se me le facesse arrivare. Nella roba che mi è passata sotto gli occhi non ho trovato granché.

La generazione del padre di mio nonno diceva ancora “San Quinziano”. Mio nonno diceva “al tiro a segno” perché l’edificio in muratura vecchio che sta in mezzo al prato era una stazione d’addestramento al tiro con il fucile e la pistola. Era la meta delle nostre passeggiate lunghe della domenica pomeriggio. Mi avrà raccontato mille volte che, prima di partire, ragazzo del ‘98, per il fronte della grande guerra, era stato addestrato lì a sparare con il fucile Carcano ‘91.

Comunque: a Chiappitto sono state rinvenute tombe romane a cappuccina, cui vanno associati vari frammenti di tegoloni ancora dispersi sul terreno, ed una iscrizione funeraria, scoperta nel 1869, che un Marcus Allius, figlio di Marcus, fece realizzare per Lucius Allius Cicero, figlio di Marcus – non è chiaro se si tratti d’un fratello o d’un figlio di Marcus Allius -, per sua madre Albia, figlia di Lucius, e per il figlio Marcus Allius. C’è la linea d’acquedotto e ci sono le tombe. Ci deve stare anche la strada.

Intanto che la cerchiamo, ci risediamo da qualche parte e rileggiamo insieme una mezza pagina della Storia di Alatri di Angelo Sacchetti Sassetti.

9. “Due anni dopo [il 1828], durante la costruzione della nuova strada di Guarcino, nella contrada di San Quinziano, sotto il colle dei Cappuccini, si rinvenne un antico sarcofago che conteneva tre urne cinerarie manomesse e alcune fialette di vetro. Nei pressi si trovò anche un cippo sepolcrale con epigrafe incompleta. Sempre nella contrada di San Quinziano, nel 1835, molti sepolcri antichi “meravigliosamente formati di mattoni cotti, vennero alla luce in occasione che veniva resa rotabile la strada che conduce a Guarcino […]. Olle cinerarie, pezzi di colonne, frammenti d’iscrizione, monete, tutto andò disperso”.

Di questa vasta area sepolcrale, estesa da Chiappitto a Monte Secco fino al Colle dei Cappuccini, sarebbe cancellata anche la memoria se non fosse per le poche righe si Sacchetti Sassetti. Non sono riuscito ancora a trovare un libro che pare se ne occupi con ampiezza di particolari: Vincenzo Quattrociocchi, Gli Ernici e il loro territorio, pubblicato a Veroli nel 1928. Sarei grato a chi mi segnalasse una copia che fosse accessibile. Forse m’è sfuggito qualcosa ma non ho trovato studi moderni che ne facciano menzione. Compresa la Guida archeologica di Alatri, che non finisce di sorprendere.

Ho imparato, cammin facendo, che alla scarsità o alla pochezza degli studi è associata un’opera vasta, sistematica e capillare di distruzione dei reperti e della memoria che ha per scopo di soddisfare la bassa voglia di diventare, di possedere e di appropriarsi. Questi due congiunti disposti hanno prodotto il risultato di cancellare la consapevolezza di una imponente, capillare, diffusa presenza della cultura materiale romana, in età repubblicana ed imperiale, nel nostro territorio. Come è possibile che il rinvenimento e la presenza di un’area sepolcrale nella zona di Chiappitto, estesa fino ai piedi del colle dei Cappuccini, non sia parte del patrimonio culturale di una comunità tanto fiera del proprio passato? Perché non è rimasto nulla e non è stata posta alcuna tutela?

Ho imparato anche che questo vuoto di conoscenza è l’ecosistema in cui allignano e prosperano teorie delle origini sconsiderate. È la ragione e la condizione necessaria e sufficiente perché possano essere elaborate, e riescano verosimili, teorie delle origini insulse e bizzarre. Cancellare il passato distruggendo la memoria consente di riempire con qualsiasi artefatto mentale il vuoto, che ne rimane. Invece, ci sarebbe tanto da osservare e da studiare, nel territorio e dentro vecchi libri. Sarebbe bello se il museo cittadino diventasse il luogo privilegiato dello studio e della costituzione della memoria e fosse reso disponibile lì, in originale o in copia, il materiale che può servire a chi si volesse interessare, in modo non dilettantistico, della storia di Alatri: a modo di contravveleno e presidio sanitario e rimedio specifico contro l’intossicazione e l’obnubilazione delle menti.

Nell’Archivio delle Scuole Pie, che sta a Roma nella casa generalizia dell’ordine, per un esempio, c’è una filza di documenti che registrano e testimoniano gli avvenimenti principali dell’arrivo degli Scolopi ad Alatri e della costituzione del collegio. Nel terzo volume si legge questa annotazione:

Addì 31 maggio 1729 feci incominciare li fondamenti del Refettorio; e sono sotto 20 palmi dalla parte del cortile; ma parte del Vicolo non vanno tanto sotto et ebbi fortuna che trovai una strada sotterranea fatta simile alla Via Appia di gran sassi; ma bisognò molto faticar per cavarli, e furono inoltre a proposito per detto fondamento, e detta strada sotto terra da sei in sette palmi”.

Perciò, sotto l’attuale via Luigi Ceci, ad una profondità variabile tra un metro e venti e un metro e quaranta centimetri, ci dovrebbe stare il resto di una strada romana, un tratto della quale è stato demolito per edificare il refettorio del collegio.

Per la nostra ricerca, intanto, rileva moltissimo che a Chiappitto, o San Quinziano, c’era una vasta area sepolcrale. Un’altra volta: dove c’erano tante tombe ci deve essere stata anche una strada importante.

La viabilità antica era molto diversa rispetto a quella attuale. Fino al 1828, la strada nostra per Guarcino era un tratturo che non poteva essere percorso neppure con i carri. Sicché: come ci si andava a Guarcino prima del 1828? Impossibile supporre che i traffici e i commerci avvenissero soltanto a dorso d’asino. Dove passavano i carri? Ci doveva essere una strada che, dopo il 1828, è diventata “vecchia”. La via vecchia per Alatri. La via vecchia per Guarcino. Chi abita da quelle parti ha capito a cosa sto pensando. Gli altri: si dessero un poco da fare. Questo non è un posto per gente pigra. Non trovate immagini o mappe e neppure pappe pronte o scioglimenti facili. Nessuna soluzione che si rispetti e serva a qualcosa è banale.

10. A Pelonga non ci sono resti d’acquedotto ma nel territorio tra Alatri e Guarcino sì. E gli acquedotti romani, ancora una volta, camminano con le strade anche per la ragione che, per costruirli, è necessaria una strada. Infatti, sono stati segnalati, in più di un punto, tratti di basolato lungo il tracciato dell’acquedotto antico. Perciò, il tracciato di questo acquedotto è un indizio molto importante. Il prof. Gasperini, che scriveva prima che di queste strutture si facesse scempio, l’ha descritto così:

Aveva origine da alcune sorgenti sopra Guarcino e toccava le località Mola del Comune e Vigiano, dove nell’800 si vedevano ancora i resti di un serbatoio circolare. Da questo punto, passando sotto Vico e presso il bivio della Cona, scendeva entro “tubature massicce” fin presso la confluenza del fosso del Purpùro col fiume Cosa, attraversando il fosso su alte e possenti “arcate”, di cui restano ancor oggi cospicui avanzi; e superando un dislivello di 340 piedi (= m. 100, 64), risaliva quindi sempre entro condutture speciali, fino al grande bacino di distribuzione di porta S. Pietro”.

Un acquedotto, un bivio e una cona, una edicola sacra di strada.

11. La localtà che noi chiamiamo La Stazza era un posto importante. Il toponimo è dal latino statio, illa statio, che è un luogo di ricovero e di sosta per animali. Il tempio etrusco testimoniato dalle antefisse rinvenute lì è indizio certo d’antichità dell’insediamento e testimonia orizzonti culturali plurali, come sono propri dei luoghi di traffico e di passaggio. Un tempio, che non sarà stato l’unico luogo di culto, e un acquedotto: ci deve essere stata per forza, da qualche parte, anche una strada. Ci saranno stati spazi attrezzati per ricoverare gli animali: stalle, recinti, un fontanile, un fienile, un pagliaio, un letamaio. C’era, certamente, una locanda di strada, una mansio. È ragionevole immaginare che ci fosse anche un forum boarium, un mercato di animali, uno spazio dedicato al commercio delle bestie, che si sarà svolto lì, e non in paese. Fuori dalle mura cittadine e associato a luoghi di culto specifici, come a Roma.

12. Poco più in alto, tra Collepardo e Vico, a Monte D’Aielli sono state rinvenute alcune tombe a fossa, associate a frammenti di ceramica che testimoniano, tra l’età del ferro e la tardo-imperiale romana, una frequentazione umana di lunghissima durata. Si osservano, inoltre, i resti dell’acquedotto romano e di mura poligonali. Ci sono le tombe e c’è l’acquedotto.

13. Se prolunghiamo la linea che unisce La Stazza a Bitta, incontriamo due pievi rurali extraurbane: San Matteo e la chiesetta di Portadini. Non le dobbiamo perdere di vista. Per la nostra ricerca, sono importanti. Stanno in alto, una di fronte all’altra, sui due crinali della valletta che scende da Porta San Francesco a Valle Carcara lungo la quale, a guardare bene, si rinviene sul terreno molto cocciame romano, tra cui qualche pezzo di qualità migliore che il solito ciotolame di uso quotidiano. È ancora ben evidente un tracciato stradale antico. Ancora: le fondamenta della chiesa di S. Matteo poggiano su sostruzioni romane precedenti.

14. Alla fine di questa valletta, in basso, c’è un fontanile antico con abbeveratoio, ora purtroppo dismesso, la Fontana del cavalluccio. Se chiedi a chi vive e frequenta quel luogo, ti dicono che si chiama così perché lì è stata rinvenuta, in un tempo imprecisato ma lontano, una sepoltura di bambino con un corredo funerario. Tra altri materiali, ci sarebbe stato, tanto notevole da originare il toponimo, questo giocattolo d’un piccolo cavallo d’oro. Come al solito, tutta questa roba non si sa che fine abbia fatto. Neppure si riesce a capire quando s’è trovata la tomba. Lì, però, sono stati eseguiti importanti lavori di scavo per la costruzione della ferrovia vicinale Frosinone-Alatri-Roma nel 1917. La massiciata, dismessa, è stata sostituita dalla strada moderna che sale verso Alatri all’altezza del depuratore e dell’isola ecologica e si chiama Via Valle Carcara.

Cammin – strada no, perché non s’è ancora trovata – facendo: gli archeologi scientifici, che sono persone di notoria serietà, non riconoscono alcun valore alle tradizioni ed alle storie che costituiscono, nella memoria di chi li vive, il significato degli spazi umanizzati. Famuli di Minerva, partoriti dalla mente di Giove, armati di parole complicate e di concetti difficili, oltre che di cucchiarella, che però la chiamano trowel, non si soffermano. Glissons. N’appuyon pas. Sorridono, pietosi o beffardi. Deridono l’insipienza sciocca dei contadini e degli zotici “locali”, come dicono tanto bene datosi che, quando si manifestano, costoro giungono dalla capitale, alla quale appartengono e sempre fanno ritorno. Agli occhi loro di scienziati muniti degli ordegni tecnici più avanzati, sti quattro burini “locali” non sono in grado di elevare se stessi insino al cielo empireo della significazione autentica e del concetto vero. Sono disposti, tra molto buon umore di iniziati, spiriti magni e celicoli di vario grado adunati a convegno, con garenzia di pubblicazione degli atti e, nella ipotesi migliore, prospettiva di lauto simposio finale gratis et amore: ad intrattenersi secoloro cianciando di multivocalità – e scemenze consimili. Che sarebbe: hanno i locali diritto ad interpretare i manufatti “archeologici” rinvenuti là dove trascinano innanzi ignare esistenze? Meritano le loro, pur inconsapevoli, voci, di essere ammesse ad orecchio, se non ad attenzione, di archeologo? Oppure si dovrà interdire al volgo profano l’accesso al sacello? E rinnovare ancora, con la maggior Sibilla, il grido:”Procul o procul este profani totoque absistite luco”? E far risonare soltanto la voce sola degli addicti, che fannosi onore, e di ciò fanno bene?

Non sto scherzando. Questa brutta roba è accaduta davvero.E comunque: affari loro.

E però: come te lo spieghi il toponimo Fontana del cavalluccio? A chi verrebbe in mente di inventare una storia così? Per quali motivi e con quali scopi? Manco esaurito il fiasco di cesanese.

Mi dicono che la questione è molto più complicata. Che un archeologo scientifico, or sono alcuni anni, dopo accurata ricognizione dei dati ed esame dei luoghi, s’è risolto a vergare una sua relazione nella quale asserisce che, in quella zona, a Valle Carcara, non c’è traccia di sepolture romane – o d’altra pertinenza culturale – né, assolutamente, di manufatti antichi. E che, in forza di tale autorevole asserzione, posto il nessun significato archeologico dell’area, siano state edificate case, case, case. Non ho visto la relazione, però. Solo ascoltato il racconto, ma da persone degne di molta fede. E comunque non sono un archeologo. Dal che, anzi, mi guardo bene. Ne restino avvertiti i viandanti superstiti alla ciancia.

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