{"id":323,"date":"2025-04-24T17:11:32","date_gmt":"2025-04-24T16:11:32","guid":{"rendered":"https:\/\/www.angeloboezi.net\/?p=323"},"modified":"2025-04-25T10:30:26","modified_gmt":"2025-04-25T09:30:26","slug":"escape-tiburtina-iii","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.angeloboezi.net\/?p=323","title":{"rendered":"Escape Tiburtina III"},"content":{"rendered":"<p>Spero abbiate guardato le piante delle fattorie romane di Boscoreale perch\u00e9 aiutano a capire di cosa stiamo parlando. Sui nostri terreni \u2013 dico nostri nel senso della comunit\u00e0, della storia e del patrimonio di conoscenza che appartiene alla nostra comunit\u00e0 \u2013 ci sono sopravvivenze e testimonianze di strutture come quelle.<\/p>\n<p>In una fattoria romana, oltre alla famiglia allargata dei proprietari, vivevano e lavoravano contadini di varia condizione. Soprattutto, ma non solo, schiavi. Secondo Columella, una fattoria poteva essere gestita come latifondo padronale o a mezzadria oppure data in affitto . Nel primo caso, era diretta da un <em>vilicus<\/em> che, schiavo egli stesso, organizzava e sorvegliava le attivit\u00e0 degli altri schiavi; era soggetto a sua volta al controllo di un <em>procurator<\/em>, un amministratore, il quale rappresentava direttamente il proprietario, e del proprietario stesso. Nel secondo caso, l\u2019unit\u00e0 produttiva era data in gestione ad un <em>colonus<\/em> <em>partiarius<\/em>, o mezzadro, l\u2019attivit\u00e0 del quale era sorvegliata direttamente dal proprietario o da suoi rappresentanti. Nel terzo, si definivano per contratto l\u2019entit\u00e0 e la modalit\u00e0 dei pagamenti dovuti dal <em>conductor<\/em>, il nostro fitt\u00e0volo.<\/p>\n<p>Gli schiavi, tra quelli sciolti, <em>soluti<\/em>, e quelli legati alla catena, <em>vincti<\/em>, erano agli ordini di un <em>magister<\/em> <em>operum<\/em>, un direttore dei lavori. Nelle fattorie di dimensioni maggiori erano organizzati in squadre di dieci lavoratori. Alcuni erano specializzati. Columella elenca <em>aratores<\/em>, <em>vinitores<\/em>, <em>bubulci<\/em> (mandriani), <em>subulci<\/em> (porcari), <em>domitores<\/em> (allevatori di cavalli), <em>asinarii<\/em>, <em>opiliones<\/em> (pastori).<\/p>\n<p>Durante i periodi dei grandi lavori stagionali, gli schiavi potevano essere affiancati da braccianti di condizione libera assunti dal <em>vilicus<\/em>, dal <em>colonus<\/em> o dal <em>conductor<\/em>. Insomma, una organizzazione complessa.<\/p>\n<p>Adesso, le fattorie romane tra Pelonga, Monte S. Marino, Tecchiena e Monte Reo non le abbiamo contate e neppure segnate su carta ma, per quel che abbiamo visto e di cui siamo certi, erano almeno una decina. Almeno tre erano di grandi dimensioni. Una, a Pelonga, era grandissima.<\/p>\n<p>Il prof. Gasperini ha pubblicato, nel 1964, una iscrizione terminale latina su piccolo parallelepipedo di conglomerato calcareo rotto in alto e in basso che era stata rinvenuta proprio a Pelonga nel 1936 e che dovrebbe essere conservata \u201cin casa del Comm. Valerio Molella\u201d. Purtroppo, \u00e8 molto rovinata. Si leggono bene le parole <em>recto<\/em> <em>fini<\/em>: \u201csecondo una linea di confine dritta\u201d.<\/p>\n<p>Una delle funzioni essenziali della religione romana era il raffreddamento dei conflitti sociali. Le liti di confine possono diventare una faccenda brutta. Perci\u00f2, i limiti delle propriet\u00e0 rurali erano segnati da pietre consacrate a <em>Iupiter Terminalis<\/em> o, nella forma breve, <em>Terminus<\/em>. Al dio era dedicato un tempio sul Campidoglio, in cui veniva venerato nella forma di un cippo squadrato a quatto facce: una pietra di confine, appunto.<\/p>\n<p>Con il trascorrere del tempo, il blocco di pietra divenne un\u2019erma: nella parte superiore veniva scolpito con le sembianze del dio ma senza braccia n\u00e9 gambe, perch\u00e9 ogni confine istituisce un limite oltre il quale solo il proprietario pu\u00f2 lavorare la terra e che nessuno pu\u00f2 oltrepassare con intenzioni non lecite. Chi avesse violato il limite sancito dal dio, diventava <em>sacer<\/em>, tab\u00f9, esecrabile agli occhi della comunit\u00e0, male augurato perch\u00e9 incorreva nella maledizione della divinit\u00e0 e, di conseguenza, apparteneva alla sua sfera ominosa. Secondo alcune fonti, poteva essere perfino ucciso impunemente.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, per un esempio, in <em>Festus<\/em>: <em>Termino sacra faciebant, quod in eius tutela fines agrorum esse putabant. Denique Numa Pompilius statuit, eum, qui terminum exarasset, et ipsum et boves sacros esse.<\/em><\/p>\n<p>\u201cCelebravano cerimonie sacre per il dio Terminus, poich\u00e9 ritenevano che fossero tutelati da lui i confini dei terreni coltivati. Di conseguenza, Numa Pompilius stabil\u00ec che colui, che avesse arato il confine: sia lui che i buoi fossero tab\u00f9\u201d.<\/p>\n<p>Si collocavano queste pietre lungo i confini delle propriet\u00e0 terriere, che erano perci\u00f2 garantiti e sorvegliati dalla divinit\u00e0, il cui culto era antichissimo. Se ne attribuiva l\u2019istituzione, s\u2019\u00e8 visto, a Numa Pompilio, come tutti i riti fondativi pi\u00f9 antichi della religione di Roma. Veniva celebrato quando terminava l\u2019anno precedente e cominciava l\u2019anno nuovo: lungo una linea temporale di confine tra una fine ed un inizio. Il calendario arcaico di Roma faceva iniziare l\u2019anno a Marzo. Il giorno festivo dedicato al dio <em>Terminus<\/em> cadeva sei giorni prima delle Calende di Marzo. Pi\u00f9 o meno, il 23 febbraio. Era un <em>dies<\/em> <em>nefas<\/em>, durante il quale non si potevano svolgere attivit\u00e0 civili, giuridiche o amministrative: consacrato al culto esclusivo della divinit\u00e0. I due proprietari di fondi adiacenti si incontravano, con le famiglie e gli schiavi, dove era collocata la pietra di confine, incoronavano il dio, o il cippo di confine, con ghirlande di fiori, costruivano un piccolo altare, che era provvisorio perch\u00e9 sul confine non possono essere edificate opere permanenti, e offrivano grano e vino, che sono l\u2019alimento e la bevanda prodotti dalla terra coltivata, insieme a miele, che \u00e8 il nutrimento donato dalla natura quando \u00e8 feconda. <em>Terminus<\/em> rifiutava i sacrifici di animali e i doni cruenti. Il sangue non pu\u00f2 essere offerto a chi sorveglia i confini perch\u00e9 lungo i confini non deve scorrere sangue. Compiuto il sacrificio, si cucinava un agnello o un maialino, che veniva mangiato in banchetto comunitario da tutti i presenti. Ci saranno stati musica, canti, balli cui prendevano parte anche le <em>familiae<\/em> servili. Tutte le festivit\u00e0 religiose romane prevedevano un rito, un banchetto e una festa. La cerimonia, ripetuta ogni anno, il pasto condiviso, il festeggiamento ribadivano la consapevolezza della linea di confine, la consacravano, rendevano improbabili le liti e assicuravano una efficace manutenzione dei rapporti di buon vicinato.<\/p>\n<p>La pietra di confine rinvenuta a Pelonga ci conforta riguardo la presenza, in et\u00e0 romana, di una propriet\u00e0 agricola ordinata e socialmente organizzata.<\/p>\n<p>Ad una stima grossolana, basata sulla estensione dei terreni dissodati in profondit\u00e0, sulla dimensione e sul numero delle fattorie, di cui il terreno conserva tracce e memorie, e su quel che sappiamo della agricoltura romana, possiamo affermare con animo sereno che a Pelonga lavoravano almeno alcune centinaia di persone.<\/p>\n<p>Le coltivazioni prevalenti erano la cerealicoltura, l\u2019olivicoltura e la viticoltura, alle quali erano associate la pastorizia e altre pratiche \u2013 orticoltura, allevamento di animali da stalla, da cortile e da lavoro, apicoltura, frutticoltura \u2013 destinate soprattutto all\u2019autoconsumo.<\/p>\n<p>Ancora negli anni cinquanta del Novecento a Pelonga si mietevano cinquecento quintali di grano ogni anno e tutti gli anziani se lo ricordano benissimo. Variamente distribuite sul territorio, si osservano ancora molte aie destinate alla trebbiatura. Alcune si trovano dentro l\u2019area del rimboschimento recente o sono circondate da terreni abbandonati che, nell\u2019aspetto attuale, a tutto fanno pensare tranne che alla coltivazione dei cereali. Se mappassimo le aie, che sono tante, ma non sarebbe opera difficile, ne risulterebbe una carta che ci aiuterebbe a capire meglio la storia dell\u2019agricoltura nel nostro territorio.<\/p>\n<p>Adesso: i Romani saranno stati pure i pi\u00f9 grandi ingegneri della storia ma come ce li hanno portati, l\u00ec sopra, tutti i materiali da costruzione che sono serviti per edificare le fattorie e che stanno ancora, dopo millenni, sparsi in quantit\u00e0 sui terreni? E che ne facevano del grano, del vino, dell\u2019olio che producevano? Dove li portavano? E come li trasportavano? Non certo soltanto a dorso d\u2019asino. Certo, adoperavano asini e muli. Ma come lo sposti un dolio su per quei pendii senza farlo rompere? Ti serve un carro tirato da buoi. Dunque, hai bisogno di una strada a fondo artificiale. Come le fai arrivare le tegole fino a Monte Capraro? Le tegole romane erano robe mica da poco. Secondo Lugli, i cui studi in proposito rimangono fondamentali, la misura pi\u00f9 comune delle tegole piane romane era 57&#215;41 centimetri, con uno spessore medio di 3.5 centimetri. A Pelonga, per\u00f2, lo spessore pare un poco minore: da 2 a 3 centimetri. E comunque, anche il trasporto delle tegole richiede dei carri. Per far muovere i carri, ci vuole una strada a fondo artificiale che possa essere percorsa con ogni tempo e in ogni stagione.<\/p>\n<p>Stiamo accumulando indizi e dati ma continuiamo ad andar bizzoconi. Mettiamoci un poco seduti e tentiamo un esperimento mentale. Immaginiamo di stare a Colle del Passero, un poco pi\u00f9 a Sud di Monte San Marino, nel I secolo dell\u2019era nostra. Voltiamo le spalle a Monte Reo e, davanti a noi, osserviamo l\u2019ampio declivio curvilineo disteso da Colle Drago a Monte Capraro. Qua e l\u00e0, sui versanti, ci sono dieci fattorie romane. Tre sono molto grandi; una \u00e8 grandissima. Altre, un poco pi\u00f9 piccine. Sono circondate da oliveti e da vigneti. \u00c8 maggio. Il grano comincia ad imbiondire. Nei campi, i contadini badano ai loro mestieri. Qua e l\u00e0, dove il terreno \u00e8 pi\u00f9 impervio, non ancora dissodato, con molti pietroni sparsi in giro: pascolano pecore e capre. Per i campi, le vigne e i coltivi i contadini badano ai loro mestieri. Ci sono asini, muli, cavalli che pascolano liberi; altri lavorano con i contadini o li aspettano legati agli alberi o alle staccionate. Vedi greggi di pecore e di vacche; bambini che giocano; ragazzi appena pi\u00f9 grandi che aiutano nei lavori perch\u00e9 in campagna si comincia presto.<\/p>\n<p>Adesso, risaliamo la china fino a Monte Capraro. \u00c8 un poco ripido ma siamo di gamba buona e in quindici minuti arriviamo in cima. Non ci passa neppure per il capo di seguire la strada moderna, che gira e rigira per curve e tornanti. Da quass\u00f9, lo spettacolo \u00e8 magnifico. Si vedono benissimo la piana di Tecchiena e di Frosinone. Monte Reo ci preclude, ma solo in parte, la vista della Valle Latina. Oltre il colle di Frosinone, percorriamo con lo sguardo tutta la valle del Liri, fin quasi a <em>Casinum<\/em>. Dalla cima di monte Capraro, si vede biancheggiare, a quattro o cinque miglia romane di distanza, il nastro del basolato calcareo della via Latina, che scende dal colle di <em>Frusino<\/em>, percorre la piana ed entra nella valle Latina.<\/p>\n<p>Sicch\u00e9, l\u2019ipotesi dell\u2019esistenza di una strada a fondo artificiale da Pelonga alla via Latina non \u00e8 soltanto verosimile. \u00c8 necessaria. Vuoi che, prima o dopo, non abbiano costruito una strada per arrivare ad uno dei vettori di traffico pi\u00f9 importanti del mondo romano? Con tutta la gente che lavorava e produceva qua sopra? E <em>Aletrium<\/em> subito alle spalle?<\/p>\n<p>Monte Capraro \u00e8 in una posizione strategica. Consente di osservare, da una posizione defilata e sicura, i movimenti lungo la via Latina. Quando Annibale, distrutte a Canne le legioni, pass\u00f2 per la valle Latina diretto a Roma, chi si fosse trovato a Monte Capraro avrebbe potuto osservare, senza correre alcun pericolo, la sfilata dell\u2019esercito cartaginese. Se avesse avuto disponibile una strada alternativa, avrebbe inviato un corriere a Roma per avvertire della minaccia. <em>Hannibal ad portas<\/em>.<\/p>\n<p>Chiunque abbia letto i primi dieci libri <em>ab urbe condita<\/em> di <em>Livius<\/em> sa quanto sia frequente e quasi stereotipo il modulo narrativo del messaggero ernico che arriva a Roma per avvisare che i Volsci hanno radunato un esercito, cominciato a saccheggiare campi e fattorie isolate e stanno per assalire la citt\u00e0.<\/p>\n<p><em>Frusino<\/em> era una citt\u00e0 volsca. I Volsci sono stati un popolo forte e combattivo. Hanno lottato con fierezza, insieme agli Equi ed agli Etruschi, nei primi secoli di Roma, contro la nuova citt\u00e0 e la sua espansione nel <em>Latium adiectum<\/em>. Da una parte, Romani, Latini ed Ernici, che tutti insieme costituivano il <em>nomen<\/em> <em>Latinum<\/em>, la comunit\u00e0 di coloro che parlavano una variet\u00e0 di latino. Dall\u2019altra, i loro nemici secolari: Volsci, Equi, Etruschi.<\/p>\n<p><em>Livius<\/em> racconta che i Volsci, pressoch\u00e9 ogni anno, a primavera, raccoglievano le truppe e devastavano la valle Latina, depredando e bruciando fattorie e rubando percore e vacche. Risalita la valle lungo la via Latina, si radunavano sul <em>Mons<\/em> <em>Algidus<\/em>, che domina i Castelli Romani e oggi si chiama Maschio di Lariano, dove aspettavano i Vosci della costa e gli Equi e preparavano l\u2019assalto a Roma.<\/p>\n<p>Molto prima che i Romani li avvistassero o ne avessero notizia, arrivava in citt\u00e0 un messaggero ernico che avvertiva del pericolo e, in questo modo, consentiva di arruolare l\u2019esercito ed uscire a battaglia contro il nemico prima che arrivasse a minacciare la citt\u00e0.<\/p>\n<p>Livius non ci dice quale strada percorresse il messaggero. Non certo la via Latina, che passava per il monte <em>Algidus<\/em>, dove imperversavano i Volsci. Ci doveva essere, dunque, un altro cammino per arrivare a Roma. Da Pelonga a Roma. \u00c8 la strada che andiamo cercando.<\/p>\n<p>Ricomponiamo l\u2019apparato indiziario: tutti gli elementi di cui disponiamo puntano nella medesima direzione. A Pelonga ci doveva stare una strada con fondo artificiale. Un archeologo di polso scriverebbe che l\u2019orizzonte materiale complessivo testimoniato dalla sopravvivenze osservabili <em>in situ<\/em> e dalle evidenze testuali disponibili rinvia alla necessaria presenza di un asse di comunicazione con la viabilit\u00e0 romana maggiore.<\/p>\n<p>Il prof. Biddittu era arrivato alla medesima conclusione, sessanta anni, fa mediante l\u2019analisi dei frammenti ceramici: aveva ipotizzato passasse di qui una via di comunicazione tra la valle Latina e la valle dell\u2019Aniene gi\u00e0 in et\u00e0 preistorica. Del prof. Biddittu ci possiamo fidare: nessuno sa leggere come lui il terreno ed il territorio.<\/p>\n<p>Allora questa strada ci doveva stare ma io, cammina e cammina, non ci arrivavo. I piedi non bastavano. Con gli occhi dei piedi, non riuscivo a leggere sul terreno niente che facesse pensare ad una strada romana.<\/p>\n<p>Bisognava procedere in un\u2019altra maniera: muoversi, in modo analitico, da concetti generali a conclusioni particolari. Per cominciare: cosa sappiamo, cos\u00ec in astratto, delle strade di Roma? Intanto, molto meno di quel che ci piacerebbe. Sono state studiate assai poco perch\u00e9 \u00e8 difficoltoso esporle nei musei, che si occupano di oggetti d\u2019arte o comunque capaci di suscitare uno stupore e una meraviglia tali da cavarne il servizio al telegiornale e il pagamento del biglietto. Le strutture essenziali alla costituzione ed alla conservazione del bene comune, o <em>res publica<\/em>, ai musei pare non interessino. Dunque, non sono neppure il primo pensiero degli archeologi.<\/p>\n<p>Le strade romane venivano realizzate tenendo fermo il pi\u00f9 possibile alla linea retta. Dunque, sempre quando possibile, senza tornanti, curve e rigirii anche su pendii ripidi. Una strada dritta e, perci\u00f2, pi\u00f9 breve, si costruisce e si percorre con meno tempo e meno spesa. I nostri padri erano camminatori formidabili. Provate a ripercorrere il tracciato della prima Appia da Terracina fino ad Itri. Siccome dovrete fare pi\u00f9 di una sosta, permettetemi di consigliarvi, strada facendo, la lettura della quinta satira del primo libro dei <em>sermones<\/em> di Orazio, che racconta il viaggio dell\u2019Appia da Roma a Brindisi, compiuto nel 37, in compagnia di Mecenate e, per un tratto, anche di Virgilio. Anche senza bisogno di camminare per pendii, ci si possono passare serate bellissime. Orazio era un omettino bassotto e paffutello. Non certo uno sportivo. E per\u00f2, ha percorso a piedi, camminando da venti a trenta chilometri nostri ogni giorno, da una <em>mansio<\/em>, una osteria di strada, all\u2019altra, tutti i quasi seicento chilometri dell\u2019Appia da <em>Roma<\/em> a <em>Brundisium<\/em>.<\/p>\n<p>Di passaggio: se facessimo risorgere l\u2019Appia, se la rendessimo accessibile a chi ama andare a piedi, se riaprissimo locande di strada ad ogni tappa: potrebbe diventare uno dei cammini pi\u00f9 affascinanti del mondo. Basta vedere quale fortuna sta conoscendo la sua gemella balcanica, la via Egnatia, che \u00e8 rimasta pressoch\u00e9 intatta e vede calpestati i suoi basoli, ogni anno, da migliaia di appassionati, stupefatti e lieti viandanti.<\/p>\n<p>Se leggi Orazio, vedi anche che un tempo le strade erano luoghi sociali: ogni persona che capitava di incontrare era un compagno di viaggio. Lungo le strade ci si conosceva, si parlava, si cantava, si pregava, ci si amava, si commerciava. Si vivevano esperienze di umanit\u00e0 intensa in condizione sensoriale non deprivata. Si condividevano pensieri, notizie, sentimenti, passioni. Ad ogni osteria, ci si imbatteva in personaggi caratteristici e si assaggiavano i cibi e i vini del posto: un tipo buffo, un contaballe, un ubriacone, un mercante, una bella fanciulla, un giovanotto di gradevole presenza, un uomo dalle mille esperienze, un formaggio, un pane, un frutto, un salume, un vino locale.<\/p>\n<p>Poi, meno male che \u00e8 arrivato il progresso e hanno inventato le automobili, cos\u00ec le strade sono diventate il luogo d\u2019elezione d\u2019una contesa di tutti contro tutti in cui ciascuno esprime il peggio di se stesso ed \u00e8 sempre in condizione di odio e livore nei riguardi del mondo universo. Chi si ostina ad andare a piedi, rischia ogni giorno di venire spiaccicato. In compenso, le pagnottelle degli autogrill sono ugualmente squallide e tristi dovunque.<\/p>\n<p>Vabb\u00e8: comunque le strade romane andavano dritte. Erano tracciate per essere percorse a piedi o a zampe. Se vedi una strada di montagna che gira e rigira per curve e tornanti infiniti, puoi stare sereno che non \u00e8 stata realizzata asfaltando un tracciato romano precedente. Perci\u00f2, se hai perso una strada romana e la vuoi ritrovare, cerca linee rette.<\/p>\n<p>Che le strade romane e gli acquedotti camminassero insieme l\u2019abbiamo imparato da <em>Frontinus<\/em>. A Pelonga, per\u00f2, non ci sono tracce di acquedotti romani ma solo opere diffuse di regimazione, accumulo e prelievo delle acque piovane e di falda.<\/p>\n<p>Tutti sappiamo che la legge romana proibiva con fermezza la sepoltura dei defunti all\u2019interno dell\u2019abitato. L\u2019unica eccezione si fece per <em>Traianus<\/em>, <em>qui unus in urbe sepultus est<\/em>. Ma era <em>Traianus<\/em>. I Romani non avevano molte certezze e neppure molta fiducia riguardo una vita successiva alla morte. Per continuare ad esistere almeno nella memoria dei vivi, per continuare a parlare ai vivi, perch\u00e9 il primo e pi\u00f9 tremendo attributo della morte \u00e8 la negazione di ogni possibilit\u00e0 di comunicazione: si facevano seppellire lungo le strade, il pi\u00f9 vicino possibile ai luoghi di maggior passaggio e, specialmente, alle porte delle citt\u00e0. Preparavano la sepoltura e l\u2019iscrizione funeraria quando erano ancora ben vivi con l\u2019idea di lasciare una parola di congedo, un messaggio supremo e finale a chi, transitoriamente, non era ancora morto. Continuano a parlare anche con noi, destinatari non immaginati e non supposti e, in qualche maniera, abusivi e maldestri. Alcuni di questi epitaffi sono bellissimi per profondit\u00e0 d\u2019ispirazione, nel rimpianto immedicabile per la vita perduta o, al contrario, nel sollievo del distacco, amaro e giocoso insieme, dall\u2019inconveniente di essere nato.<\/p>\n<p>Se vai in cerca d\u2019una strada romana, allora, segui le tombe.<\/p>\n<p>Un\u2019altra caratteristica delle strade di Roma era la associazione, lungo il percorso e specialmente subito prima e dopo le porte delle citt\u00e0, con i luoghi di culto.<\/p>\n<p>Chi uscisse da porta Capena e si ponesse per il cammino dell\u2019Appia, salutava alla propria sinistra i tempi gemelli di <em>Honos<\/em> e <em>Virtus<\/em>, dei quali ogni bravo Romano portava con s\u00e9 il <em>numen<\/em>, il senso della misteriosa, necessaria incombenza, quando si allontanava dalla citt\u00e0. Nei pressi della porta si trovava un tempio di <em>Mars<\/em>, dove veniva custodito lo scudo sacro che il dio aveva donato a Roma. L\u00ec si riun\u00ec il senato dopo la disfatta di Canne: contro un nemico in armi si continua a combattere anche quando non ci sono pi\u00f9 n\u00e9 soldati n\u00e9 risorse n\u00e9 armi. Il dio, onorato secondo i riti, non far\u00e0 mancare il suo aiuto e la sua protezione. Non lontano c\u2019era un tempio di <em>Mercurius<\/em>, frequentato soprattutto dai mercanti, che sono grandi viaggiatori. Chi entrava in citt\u00e0 dopo un viaggio, sull\u2019altro lato della strada poteva fermarsi all\u2019ara della <em>Fortuna<\/em> <em>Redux<\/em>, l\u2019altare del buon ritorno, ed offrire in ringraziamento un poco di vino o bruciare qualche grano di incenso.<\/p>\n<p>Molte chiese e cappelle cristiane sono state edificate, dall\u2019et\u00e0 di Costantino e dei suoi successori e, soprattutto, dal tempo di Teodosio in poi, con i materiali e nei luoghi di precedenti templi romani. Gli esempi sarebbero innumeri. Basta qui osservare che anche la chiesa di Santa Maria Maggiore ad Alatri \u00e8 costruita nell\u2019area e, probabilmente, con materiali di risulta, almeno in parte, d\u2019un precedente tempio di <em>Iupiter Optimus Maximus<\/em>, come testimonia l\u2019epigrafe murata capovolta nel primo dei pilastri che separano la navata centrale da quella sinistra.<\/p>\n<p>Per ritrovare la strada che andiamo cercando, perci\u00f2, dobbiamo fare attenzione alle cappelle ed alle edicole rurali, particolarmente quando la loro presenza non \u00e8 spiegata da una storia o da un racconto certi e non \u00e8 chiara la loro necessit\u00e0 se riferita al territorio ed al popolamento.<\/p>\n<p>Un incrocio di due o pi\u00f9 strade in latino si chiama <em>compitum<\/em>. Ogni <em>compitum<\/em>, in citt\u00e0 o pure in campagna, era un luogo di incontro e di riunione per chi abitava l\u00e0 intorno. Veniva consacrato al culto dei <em>lares<\/em> <em>compitales<\/em>, o <em>lares<\/em> <em>viales<\/em>, che proteggevano le piccole comunit\u00e0 dei <em>vici<\/em>, dei vicoli, e dei <em>pagi<\/em>, gli aggregati di abitazioni rurali, e chiunque passasse di l\u00ec. Come accadeva ancora qualche decennio fa, la rete delle edicole religiose diffuse consacrava ed orientava il territorio. Ancora ai tempi dei miei nonni, si camminava verso la cona, fino alla cona. Siamo arrivati fino alla cona. La cona della Madonna della Croce era meta di un pellegrinaggio annuale, nel corso del quale si ripeteva, partendo dalla soglia di casa, la formula:\u201dVattene via, falso nemico, perch\u00e9 nel giorno della Madonna della Croce ho detto mille volte Ges\u00f9, Giuseppe, Maria, Ges\u00f9, Giuseppe, Maria, Ges\u00f9, Giuseppe, Maria, Ges\u00f9, Giuseppe, Maria\u2026\u201d. E guai a chi non parlava forte e non si faceva sentire bene.<\/p>\n<p>La barbarie che ci intossica \u00e8 un mostro sempre gravido che d\u00e0 alla luce molte generazioni di orrori. La dimenticanza e lo sradicamento sono tra i pi\u00f9 atroci. Immemori delle tradizioni nostre, vagheggiamo la catarsi mediante il cammino zen, la meditazione kinhin e i santoni tibetani viaggianti. Mia nonna praticava l\u2019arte dei cammini rituali di purificazione senza bisogno di santoni e di zen. La bastavano Ges\u00f9, Giuseppe e Maria.<\/p>\n<p>Si chiamava <em>compitum<\/em> anche l\u2019edicola o la cappelletta costruita nei pressi di ogni incrocio. Era destinata al culto dei <em>Lares<\/em> <em>compitales<\/em>, s\u2019\u00e8 detto, ma pure di altre divinit\u00e0. Alcune edicole erano prediali: realizzate e mantenute a spese del proprietario di un <em>praedium<\/em>, di una fattoria vicina. Una volta l\u2019anno, d\u2019inverno, dopo i <em>Saturnalia<\/em>, e appena conclusi i riti sacri a <em>Ianus<\/em>: si celebravano i <em>compitalia<\/em>, le feste degli incroci. Tutte le famiglie che vivevano nei pressi delle cappelle di strada inviavano doni ai <em>Lares<\/em> <em>compitales<\/em> e si riunivano dove le strade si incontrano e si dividono per offrire il sacrificio d\u2019un maiale, che veniva consumato in un banchetto sociale e, in parte, distribuito tra i vicini. La festa continuava, tornati tutti a casa, presso il focolare domestico. Secondo Catone, i <em>compitalia<\/em> erano l\u2019unica festa religiosa che il <em>vilicus<\/em> era autorizzato a tenere quando fosse assente il proprietario:<\/p>\n<p><em>Rem divinam nisi Conpitalibus in conpito aut in foco ne faciat.<\/em><\/p>\n<p>Le giovani che andavano spose, prima di uscire dalla casa paterna per compiere la cerimonia solenne delle nozze, donavano una monetina di bronzo, un asse, che \u00e8 un quarto di sesterzio, ai <em>Lares<\/em> <em>compitales<\/em> sotto la cui protezione avevano vissuto: l\u2019obolo che si deve perch\u00e9 il passaggio dal <em>numen<\/em> di una divinit\u00e0 a quello di un\u2019altra sia augurato e propiziato dai fati.<\/p>\n<p>Un incrocio \u00e8 il luogo della ambiguit\u00e0 e, perci\u00f2, della scelta; dunque, della disambiguazione necessaria. Perci\u00f2, oltre alle immagini dei <em>Lares<\/em> <em>compitales<\/em>, venivano poste nelle edicole di strada statuette o dipinti di <em>Diana<\/em>, la vergine trivia, la divinit\u00e0 inafferrabile e triforme della natura selvaggia ed indomita alla quale, raccontano, sono stati offerti in tempi remoti sacrifici umani: luna in cielo, cacciatrice insaziata e non asservita alle passioni della sessualit\u00e0 sulla terra, severa regina dei morti nell\u2019Ade.<\/p>\n<p>Nei <em>Saturnalia<\/em> di <em>Macrobius<\/em>, <em>Diana<\/em> esercita il suo potere ominoso su tutte le strade:<\/p>\n<p><em>Dianae vero ut Triviae viarum omnium tribuunt potestatem<\/em>.<\/p>\n<p>Questo culto di Diana come <em>Virgo<\/em> <em>Trivia<\/em>, \u201cVergine delle biforcazioni\u201d, ha una storia lunga e complicata. In origine, agli incroci si venerava <em>M\u00e0nia<\/em>, la dea oscura della complessit\u00e0 e della follia; madre dei <em>Lares<\/em>, pretendeva sacrifici umani, che le venivano offerti ancora in et\u00e0 monarchica. Se ne parla in <em>Macrobii<\/em> <em>Saturnalia<\/em> I 7.34.<\/p>\n<p>Per quel che interessa a noi: ad ogni incrocio di strada romana c\u2019era una edicola sacra, dove venivano esposte immagini di divinit\u00e0. Questi altari di strada sono stati sostituiti, nel passaggio dal mondo romano al latino-cristiano, da sacre edicole, o cappellette, o icone, o cone, come diciamo ancora con una felice sineddoche. Come si vede ancora bene al Trivio, che conserva il nome latino perch\u00e9 i Romani contavano in modo inclusivo e chiamavano <em>trivium<\/em> quel che, per noi, \u00e8 un bivio, e in molti altri incroci del centro storico di Alatri.<\/p>\n<p>Ai fini della nostra indagine, ogni cona, ogni cappella di campagna, ogni luogo di culto disperso per i campi: potrebbe rappresentare un indizio e segnalare un antico <em>compitum<\/em>, un incrocio romano precedente.<\/p>\n<p>A questo punto, per\u00f2: mi sono un poco perso d\u2019animo perch\u00e9 la strada che non riuscivo a trovare invece di avvicinarsi pareva allontanarsi sempre di pi\u00f9. Siccome m\u2019ero convinto che ci doveva stare per forza, ho richiamato me stesso all\u2019ottimismo della volont\u00e0, nel pessimismo della ragione, che deve sostenere ogni viandante e: presa una bella mappa del glorioso Istituto Geografico Militare, ho cominciato ad evidenziare chiese e chiesette rurali, edicole e cappellette di campagna. In appresso, ho segnato tutti i rinvenimenti e le notizie di sepolture romane acquisite ufficialmente, diciamo cos\u00ec, agli studi e, con un colore diverso, quelle non ufficiali ma certe perch\u00e9 se ne parla in vecchi libri che, per il tempo che ci contende, sono scomparsi dall\u2019orizzonte ermeneutico delle ricerche attuali. Se a me c\u00e0pita di perdere una strada, agli studiosi pu\u00f2 ben accadere di smarrire la cognizione di un\u2019area sepolcrale antica. Della quale, insieme al resto del materiale indiziario, ci occuperemo, se vorrete, nella prossima puntata: dove forse si sapr\u00e0 se, alla fine, questa strada s\u2019\u00e8 trovata, oppure no.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Spero abbiate guardato le piante delle fattorie romane di Boscoreale perch\u00e9 aiutano a capire di cosa stiamo parlando. 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